『Flamenco Chiavi in Mano podcast』のカバーアート

Flamenco Chiavi in Mano podcast

Flamenco Chiavi in Mano podcast

著者: Sabina Todaro
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Una chiave di lettura rivoluzionaria per capire il flamenco nella sua essenza culturale e musicale, offerta da Sabina Todaro. Dedicato a chi voglia conoscere e/o approfondire questa forma d'arte in modo non nozionistico, ma utilizzando la logica e comprendendo questo meraviglioso fenomeno, che è il flamenco, in tutti gli aspetti possibili, come strumento per la vita.Copyright Sabina Todaro 音楽
エピソード
  • #163- I dischi di pizarra e il flamenco - Flamenco Chiavi in Mano Podcast
    2026/10/19
    Nell'episodio precedente ti ho raccontato la rivoluzione dei cilindri di cera: finalmente il flamenco si poteva registrare, anche se su un supporto fragile, distorto e destinato a consumarsi dopo poche decine di ascolti. Oggi facciamo un passo avanti.

    Nel 1887 Emile Berliner inventa il grammofono e con lui arrivano i dischi piatti. Dopo vari esperimenti con caucciù e celluloide, Berliner mette a punto una miscela di gommalacca, polvere di ardesia, fibra di cotone e oli lubrificanti: lo shellac. In spagnolo si chiama pizarra, cioè ardesia. In italiano tutti dicono dischi a 78 giri, io però, parlando di flamenco, amo chiamarli dischi di pizarra, perché è lì che stanno, dentro la storia del flamenco.



    Rispetto ai cilindri i vantaggi sono enormi: costano meno, resistono di più, si conservano e si trasportano facilmente e soprattutto si possono stampare in serie, in copie identiche, a partire da una matrice. Il flamenco entra così nella produzione industriale. Arrivano la Gramophone, che in Spagna diventa subito "Disco Gramófono", e la Odeon, con quel presentatore che annuncia il cantaor e il brano prima di ogni pezzo. Spesso si registra fuori dagli studi, in un salone delle feste o in studi portatili, per mettere a suo agio il cantaor e catturare la verità del flamenco nel suo ambiente.



    All'inizio l'artista canta ancora davanti a un grande imbuto: un diaframma trasmette le vibrazioni a uno stilo che incide la cera di una matrice, da cui si ricava lo stampo in metallo per i dischi. Nel 1925 arriva la registrazione elettrica, con microfoni e amplificatori, e da quel momento ciò che resta inciso somiglia sempre di più a ciò che usciva davvero dalla gola del cantaor.



    I limiti però restano. Su ogni facciata stanno tre o quattro minuti, e fino al 1904 si incideva una facciata sola. Una siguiriya o una soleá vanno compresse, tagliate, velocizzate. Nascono così due modi di cantare, quello del disco e quello dal vivo, ed è il disco a sopravvivere e a influenzare la storia del flamenco. Quando oggi ascoltiamo un 78 giri pensiamo di sentire esattamente come si cantava allora, ed è vero solo in parte: il supporto tende a velocizzare leggermente la musica alzandone il tono, e il cantaor, davanti a un imbuto e consapevole di incidere, perdeva parte della sua spontaneità. Come sempre, la presenza dell'osservatore modifica il campo. La tecnologia ha conservato il flamenco e al tempo stesso lo ha trasformato.



    Grazie a questo supporto sono arrivate fino a noi le voci della Niña de los Peines, di Antonio Chacón, Tomás Pavón, Manuel Torre, Manolo Caracol e del solito Mochuelo. Il 78 giri è pesante e se cade si rompe, quindi va ascoltato con riproduttori adatti, pulito con macchinari speciali e soprattutto digitalizzato, perché anche chiuso in un cassetto il tempo lo consuma. Biblioteche e collezionisti ne custodiscono tanti, e la Sociedad Pizarras, un progetto che seguo in prima persona e che mi appassiona moltissimo, li recupera, li studia e li mette gratuitamente a disposizione di tutti su YouTube. Prodotti fino al 1956, i dischi di pizarra sono un patrimonio gigantesco, pieno di sorprese, compreso quel flamenco che non è diventato famoso e che le generazioni successive non hanno preso a modello.



    Sono Sabina Todaro, mi occupo di flamenco e di musica e danza del mondo arabo dal 1985 e dal 1990 insegno a Milano baile flamenco e Lyrical Arab Dance, il mio lavoro sull'espressione delle emozioni attraverso le musiche e le danze del mondo arabo. Sono malata di flamenco, e ormai l'avrai capito! Mi piace condividere le mie ricerche e aiutarti a riflettere su da dove viene il flamenco, sul percorso che ha fatto e su dove sta andando. La storia ci fa capire dove siamo, e la memoria sonora è un patrimonio collettivo dell'umanità, anche mio, anche se sono italiana. D'altra parte l'UNESCO l'ha difeso mica per sbaglio.



    Nel prossimo episodio parleremo della rivoluzione dei dischi di vinile.

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    15 分
  • #162- Le prime incisioni sui cilindri di cera e il flamenco - Flamenco Chiavi in Mano Podcast
    2026/10/16
    Immagina di essere un aficionado in Andalusia alla fine dell'Ottocento. Per ascoltare il cante devi andare al café cantante, essere nella stanza, pagare, emozionarti in quel preciso istante. Quando il cantaor smette, il cante svanisce per sempre e sopravvive soltanto nella memoria di chi era lì. Per moltissimi anni il flamenco ha vissuto così, in un mondo senza registrazioni, affidato alla memoria del singolo e destinato a morire con l'artista.



    Nel 1877 Thomas Edison brevetta il fonografo (attenzione, il grammofono arriverà dopo). Una tromba metallica convoglia la voce verso un diaframma collegato a un ago, che incide i solchi su un cilindro ricoperto di cera, fatto girare da un motore a molla caricato a manovella. In Spagna il fonografo arriva prestissimo, con le prime dimostrazioni già nel 1879, e per questo il flamenco viene inciso prima di molti altri generi musicali. Sulla data della prima incisione flamenca i pareri sono contrastanti: secondo il flamencologo Gamboa sarebbe quella di Juan Breva nel 1895, forse realizzata grazie ai miglioramenti tecnici di un inventore italiano. Nascono case discografiche fondamentali come la francese Pathé, e El Mochuelo diventa il cantaor più inciso dell'epoca, la voce che più facilmente è arrivata fino a noi.



    Chi poteva permettersi tutto questo? All'inizio il fonografo è un lusso per ricconi o un'attrazione da fiera. Così si ripete la dinamica dei cafés cantantes: l'arte dei marginali, dei poveri, dei gitani viene registrata per essere venduta alla borghesia ricca, che paga e decide che cosa ascoltare.



    Poi ci sono i limiti tecnici, enormi. Bisogna cantare dentro un imbuto con una voce fortissima e proiettata, quindi le sfumature e i chiaroscuri del cante si perdono e un martinete rischia di essere urlato e snaturato. Il suono è metallico e distorto, le note gravi vengono falsate dallo strumento, e senza copie possibili il cantaor deve ripetere lo stesso brano più volte. I cilindri si consumano dopo poche decine di ascolti e spesso vengono lisciati e reincisi, cancellando per sempre moltissime registrazioni. Infine la durata: due minuti al massimo. Prova a cantare una siguiriya o una soleá in due minuti! Sopravvivono meglio i palos brevi, le voci potenti, le chitarre ben presenti. La tecnologia stessa ha scelto che cosa conservare, e la musica arrivata fino a noi è quella che si poteva registrare.



    Eppure i cilindri di cera restano un tesoro inestimabile: sono le uniche finestre su un'epoca che altrimenti conosceremmo soltanto dai racconti scritti. Collezionisti e istituzioni come la Biblioteca Nacional de España ne custodiscono di preziosissimi, e la Sociedad Pizarras porta avanti un lavoro straordinario di recupero, digitalizzazione e studio, restituendo a questi artisti una vita, uno stile, una famiglia, un territorio. Ciò che nessuno riascolta viene dimenticato, e con esso perdiamo un pezzo delle nostre radici.



    Sono Sabina Todaro, mi occupo di flamenco e di musiche e danze del mondo arabo dal 1985, insegno baile flamenco a Milano dal 1990 e ho creato la Lyrical Arab Dance, un lavoro sull'espressione delle emozioni attraverso le danze e le musiche del mondo arabo. Ti racconto queste storie perché, oltre all'aneddoto curioso, mi interessa capire perché il flamenco è quello che è, come poteva essere quando è nato e come si è evoluto. Il cilindro di cera è stato un tentativo limitato, pieno di difetti, eppure straordinario: per la prima volta la voce di un cantaor ha potuto attraversare il tempo, e il flamenco ha avuto una memoria esterna, capace di andare oltre il filtro di un corpo umano. La vera rivoluzione arriverà con i dischi di pizarra, la gommalacca, i famosi 78 giri: te la racconto nel prossimo episodio.

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    17 分
  • #161- La guerra civile e il flamenco - Flamenco Chiavi in Mano Podcast
    2026/10/10
    Nell'episodio scorso ti ho raccontato l'ópera flamenca: platee enormi, Marchena che riempiva le plazas de toros, fama, soldi, dischi. Oggi raccontiamo ciò che in parte coincise con quell'epoca e bloccò tutto: la guerra civile spagnola.

    Nel 1936 la Spagna è piena di tensioni: gran parte delle terre è in mano a Chiesa e nobiltà, di fronte a una massa enorme di poveri, un movimento operaio combattivo e un esercito molto infilato nella politica. Nel 1931 nasce la Seconda Repubblica, che sposta l'ago della bilancia a sinistra; nel 1936 vince il Fronte Popolare. La destra non lo accetta: il 17 luglio Franco e altri generali si sollevano partendo dalle truppe coloniali in Marocco. Il colpo di Stato riesce a metà e la Spagna si spezza in due: repubblicani sostenuti dall'Unione Sovietica e dalle Brigate Internazionali, nazionalisti sostenuti da Hitler e Mussolini. Un banco di prova per la Seconda guerra mondiale.

    Nel 1939 Franco vince: 500.000 morti, 500.000 esiliati, fucilazioni, e una dittatura che durerà fino al 1975. E dopo, nessuna Norimberga: solo un patto di silenzio sui crimini in cambio di una pace più o meno democratica.

    Il flamenco, arte del popolo e non di nobili, ricchi e clero, durante la Repubblica diventa la voce degli ultimi. Cantaores come Manuel Vallejo e la Niña de los Peines cantano letras repubblicane. Poi la guerra li va a cercare.
    El Corruco de Algeciras, repubblicanissimo, aveva inciso omaggi ai martiri della Repubblica: arruolato a forza dai franchisti, morì in battaglia colpito dal fuoco franchista, con l'uniforme franchista addosso.
    El Sevillano e Canalejas de Puerto Real finirono in prigione e nei campi di concentramento. Luis Caballero Polo, il grande della liviana, figlio di un minatore sindacalista, fu incarcerato nel 1937 come ribelle; rimase per sempre aficionado, lavorando come cameriere all'Hotel Alfonso XIII di Siviglia.
    El Niño de Cazalla fu ridotto alla fame e qualcuno arrivò a distruggere i suoi dischi di pizarra: non bastava il silenzio, bisognava cancellare le testimonianze.

    Molti scelsero l'esilio. Carmen Amaya visse a lungo in America, dove divenne la star leggendaria che conosciamo, e tornò in una Spagna che non riconosceva più. Sabicas, suo chitarrista, si rifugiò anche lui in America.
    Miguel de Molina fuggì perché repubblicano e omosessuale: figuriamoci il franchismo.
    Paradossalmente l'esilio rese il flamenco davvero internazionale.

    Chi rimase fece i conti con un silenzio imposto. La Niña de los Peines non poteva più cantare «cuando le ponen al puente banderitas republicanas»: le banderitas diventarono gitanas. Valderrama si reinventò cantante di copla, perché il flamenco era troppo pericoloso.

    I gitani ebbero la peggio: fucilati, esiliati, alcuni finiti dalla padella nella brace nei campi nazisti.
    Nel 1941 Franco vieta il caló, la lingua romaní dei gitani spagnoli.
    Eppure lo stesso regime, nel 1953, costruisce attraverso il Ministero dell'Informazione e del Turismo un'immagine della Spagna fatta di tori, chitarre, flamenco e gitani. Bella carta all'estero, pessima in patria. Così molti flamencos finirono a cantare per i señoritos, nei retro dei bordelli dell'Alameda de Hércules a Siviglia, adattandosi ai capricci proprio di chi li combatteva.

    Il flamenco dà voce a tutte le emozioni, anche quelle nere che la nostra cultura mitteleuropea tende a nascondere: il dolore della perdita, della marginalità, della povertà.
    Durante la guerra civile i flamencos hanno vissuto all'ennesima potenza il dolore che avevano sempre cantato. Molti sono stati silenziati, ignorati dalla storia e dalla stessa flamencologia. Ma il messaggio del flamenco non si è fermato né snaturato: nemmeno la guerra e la dittatura ci sono riuscite. Chi siamo noi per snaturarlo proprio adesso?

    Sabina Todaro, flamenco e danze del mondo arabo dal 1985, insegnante di baile flamenco a Milano dal 1990, ideatrice della Lyrical Arab Dance.
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