#163- I dischi di pizarra e il flamenco - Flamenco Chiavi in Mano Podcast
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概要
Nel 1887 Emile Berliner inventa il grammofono e con lui arrivano i dischi piatti. Dopo vari esperimenti con caucciù e celluloide, Berliner mette a punto una miscela di gommalacca, polvere di ardesia, fibra di cotone e oli lubrificanti: lo shellac. In spagnolo si chiama pizarra, cioè ardesia. In italiano tutti dicono dischi a 78 giri, io però, parlando di flamenco, amo chiamarli dischi di pizarra, perché è lì che stanno, dentro la storia del flamenco.
Rispetto ai cilindri i vantaggi sono enormi: costano meno, resistono di più, si conservano e si trasportano facilmente e soprattutto si possono stampare in serie, in copie identiche, a partire da una matrice. Il flamenco entra così nella produzione industriale. Arrivano la Gramophone, che in Spagna diventa subito "Disco Gramófono", e la Odeon, con quel presentatore che annuncia il cantaor e il brano prima di ogni pezzo. Spesso si registra fuori dagli studi, in un salone delle feste o in studi portatili, per mettere a suo agio il cantaor e catturare la verità del flamenco nel suo ambiente.
All'inizio l'artista canta ancora davanti a un grande imbuto: un diaframma trasmette le vibrazioni a uno stilo che incide la cera di una matrice, da cui si ricava lo stampo in metallo per i dischi. Nel 1925 arriva la registrazione elettrica, con microfoni e amplificatori, e da quel momento ciò che resta inciso somiglia sempre di più a ciò che usciva davvero dalla gola del cantaor.
I limiti però restano. Su ogni facciata stanno tre o quattro minuti, e fino al 1904 si incideva una facciata sola. Una siguiriya o una soleá vanno compresse, tagliate, velocizzate. Nascono così due modi di cantare, quello del disco e quello dal vivo, ed è il disco a sopravvivere e a influenzare la storia del flamenco. Quando oggi ascoltiamo un 78 giri pensiamo di sentire esattamente come si cantava allora, ed è vero solo in parte: il supporto tende a velocizzare leggermente la musica alzandone il tono, e il cantaor, davanti a un imbuto e consapevole di incidere, perdeva parte della sua spontaneità. Come sempre, la presenza dell'osservatore modifica il campo. La tecnologia ha conservato il flamenco e al tempo stesso lo ha trasformato.
Grazie a questo supporto sono arrivate fino a noi le voci della Niña de los Peines, di Antonio Chacón, Tomás Pavón, Manuel Torre, Manolo Caracol e del solito Mochuelo. Il 78 giri è pesante e se cade si rompe, quindi va ascoltato con riproduttori adatti, pulito con macchinari speciali e soprattutto digitalizzato, perché anche chiuso in un cassetto il tempo lo consuma. Biblioteche e collezionisti ne custodiscono tanti, e la Sociedad Pizarras, un progetto che seguo in prima persona e che mi appassiona moltissimo, li recupera, li studia e li mette gratuitamente a disposizione di tutti su YouTube. Prodotti fino al 1956, i dischi di pizarra sono un patrimonio gigantesco, pieno di sorprese, compreso quel flamenco che non è diventato famoso e che le generazioni successive non hanno preso a modello.
Sono Sabina Todaro, mi occupo di flamenco e di musica e danza del mondo arabo dal 1985 e dal 1990 insegno a Milano baile flamenco e Lyrical Arab Dance, il mio lavoro sull'espressione delle emozioni attraverso le musiche e le danze del mondo arabo. Sono malata di flamenco, e ormai l'avrai capito! Mi piace condividere le mie ricerche e aiutarti a riflettere su da dove viene il flamenco, sul percorso che ha fatto e su dove sta andando. La storia ci fa capire dove siamo, e la memoria sonora è un patrimonio collettivo dell'umanità, anche mio, anche se sono italiana. D'altra parte l'UNESCO l'ha difeso mica per sbaglio.
Nel prossimo episodio parleremo della rivoluzione dei dischi di vinile.
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