#161- La guerra civile e il flamenco - Flamenco Chiavi in Mano Podcast
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Nel 1936 la Spagna è piena di tensioni: gran parte delle terre è in mano a Chiesa e nobiltà, di fronte a una massa enorme di poveri, un movimento operaio combattivo e un esercito molto infilato nella politica. Nel 1931 nasce la Seconda Repubblica, che sposta l'ago della bilancia a sinistra; nel 1936 vince il Fronte Popolare. La destra non lo accetta: il 17 luglio Franco e altri generali si sollevano partendo dalle truppe coloniali in Marocco. Il colpo di Stato riesce a metà e la Spagna si spezza in due: repubblicani sostenuti dall'Unione Sovietica e dalle Brigate Internazionali, nazionalisti sostenuti da Hitler e Mussolini. Un banco di prova per la Seconda guerra mondiale.
Nel 1939 Franco vince: 500.000 morti, 500.000 esiliati, fucilazioni, e una dittatura che durerà fino al 1975. E dopo, nessuna Norimberga: solo un patto di silenzio sui crimini in cambio di una pace più o meno democratica.
Il flamenco, arte del popolo e non di nobili, ricchi e clero, durante la Repubblica diventa la voce degli ultimi. Cantaores come Manuel Vallejo e la Niña de los Peines cantano letras repubblicane. Poi la guerra li va a cercare.
El Corruco de Algeciras, repubblicanissimo, aveva inciso omaggi ai martiri della Repubblica: arruolato a forza dai franchisti, morì in battaglia colpito dal fuoco franchista, con l'uniforme franchista addosso.
El Sevillano e Canalejas de Puerto Real finirono in prigione e nei campi di concentramento. Luis Caballero Polo, il grande della liviana, figlio di un minatore sindacalista, fu incarcerato nel 1937 come ribelle; rimase per sempre aficionado, lavorando come cameriere all'Hotel Alfonso XIII di Siviglia.
El Niño de Cazalla fu ridotto alla fame e qualcuno arrivò a distruggere i suoi dischi di pizarra: non bastava il silenzio, bisognava cancellare le testimonianze.
Molti scelsero l'esilio. Carmen Amaya visse a lungo in America, dove divenne la star leggendaria che conosciamo, e tornò in una Spagna che non riconosceva più. Sabicas, suo chitarrista, si rifugiò anche lui in America.
Miguel de Molina fuggì perché repubblicano e omosessuale: figuriamoci il franchismo.
Paradossalmente l'esilio rese il flamenco davvero internazionale.
Chi rimase fece i conti con un silenzio imposto. La Niña de los Peines non poteva più cantare «cuando le ponen al puente banderitas republicanas»: le banderitas diventarono gitanas. Valderrama si reinventò cantante di copla, perché il flamenco era troppo pericoloso.
I gitani ebbero la peggio: fucilati, esiliati, alcuni finiti dalla padella nella brace nei campi nazisti.
Nel 1941 Franco vieta il caló, la lingua romaní dei gitani spagnoli.
Eppure lo stesso regime, nel 1953, costruisce attraverso il Ministero dell'Informazione e del Turismo un'immagine della Spagna fatta di tori, chitarre, flamenco e gitani. Bella carta all'estero, pessima in patria. Così molti flamencos finirono a cantare per i señoritos, nei retro dei bordelli dell'Alameda de Hércules a Siviglia, adattandosi ai capricci proprio di chi li combatteva.
Il flamenco dà voce a tutte le emozioni, anche quelle nere che la nostra cultura mitteleuropea tende a nascondere: il dolore della perdita, della marginalità, della povertà.
Durante la guerra civile i flamencos hanno vissuto all'ennesima potenza il dolore che avevano sempre cantato. Molti sono stati silenziati, ignorati dalla storia e dalla stessa flamencologia. Ma il messaggio del flamenco non si è fermato né snaturato: nemmeno la guerra e la dittatura ci sono riuscite. Chi siamo noi per snaturarlo proprio adesso?
Sabina Todaro, flamenco e danze del mondo arabo dal 1985, insegnante di baile flamenco a Milano dal 1990, ideatrice della Lyrical Arab Dance.
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