『Torino e Cultura』のカバーアート

Torino e Cultura

Torino e Cultura

著者: Carlo De Marchis
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10月19日まで。※適用条件あり
Podcast sulle persone che fanno cultura a Torino. Ideato e prodotto da Carlo De Marchis.Carlo De Marchis 社会科学
エピソード
  • Ep. 101: Irene Dionisio - Fare cinema con la realtà, dalla Grandi Motori all'Etna
    2026/10/08

    Irene Dionisio si presenta con tre parole, filmmaker, sceneggiatrice e artista, e ne aggiunge una quarta, curatrice, perché il suo percorso attraversa cinema e arte contemporanea senza scegliere una sola casa. Nata a Torino, formata in filosofia a Torino e in cinema ad Amiens, riconosce alla sua città un debito preciso: "Devo molto a questa città, a come è fatta e a come dà delle opportunità e delle possibilità".La passione per il documentario di creazione nasce nel 2006 a Documè, al cinema Baretti, con Giuliano Girelli. I primi lavori sono prodotti dal collettivo curatoriale a.titolo e da BabyDoc Film, con l'accompagnamento di documentaristi torinesi come Matteo Tortone e Alessandro Baltera.Il primo film, "La fabbrica è piena: tragicommedia in otto atti", viene girato nel 2010 dentro le Officine Grandi Motori in via di demolizione. Lì Irene incontra Mihai e Andrei, due senza fissa dimora rumeni rimasti bloccati in un luogo che ospitava decine di persone in attesa di una via d'uscita. La loro amicizia diventa il cuore del racconto, mentre i materiali d'archivio di Armando Ceste restituiscono ciò che la fabbrica era stata per la città. Il legame è anche personale: i suoi genitori sono arrivati dal sud per la Fiat, e lei si definisce "figlia della Fiat a tutti gli effetti". Da lì nasce una posizione che porta in ogni progetto: a un protagonista non si chiede di lavorare a un documentario, si chiede di parteciparvi.Il secondo documentario, "Sponde", prodotto con la bolognese Mammut Film, porta il tema della migrazione a Lampedusa e a Zarzis, in Tunisia, tra il 2012 e il 2016, seguendo Vincenzo Lombardo e Mohsen Lihidheb, due uomini che si incontrano a distanza per dare degna sepoltura agli harraga morti in mare. Gli oggetti recuperati sono il filo che li unisce, e lo stesso filo riaffiora nella ricerca al Banco dei Pegni di Torino, che Irene descrive come "un dispositivo quasi filosofico" sull'economia della speranza. Quella ricerca diventa "Le ultime cose", il suo primo lungometraggio di finzione, presentato alla Settimana della Critica di Venezia nel 2016.Seguono tre anni alla direzione del Lovers Film Festival per il Museo Nazionale del Cinema, in dialogo con il fondatore Giovanni Minerba, una stagione che ricorda come gioia e lotta insieme. In parallelo il lavoro d'artista continua con Carolyn Christov-Bakargiev, Ilaria Bernardi, Germano Celant e oggi con Valentina Gensini al MAD Murate Art District di Firenze per la mostra "Miracola". A Torino guida da quasi quattro anni Glitch, un percorso per artisti under 35 tra arte, nuove tecnologie e cinema.Il presente si chiama "Idda", il secondo lungometraggio prodotto da Kino Produzioni, presentato al Toronto Film Festival nella sezione Platform due settimane prima dell'intervista. Irene a Toronto non c'era, perché negli stessi giorni è diventata madre. Il film è ambientato sull'Etna, legato alle sue origini siciliane, ed è un lavoro intimo sul femminile e sulla maternità, nato in una libertà che lei attribuisce alla scuola del documentario torinese.Il documentario di creazione, spiega citando "La bocca del lupo" di Pietro Marcello, è un lavoro poetico e di ricerca sull'umano, perché "fare cinema con la realtà vuol dire narrare attraverso tutto ciò che è reale". Il basso budget apre anche un accesso femminile al cinema, e una ricerca di DEA mostra come la quota di donne scenda a una su dieci quando i budget salgono. La cultura è un costrutto, e chi la fa ha la consapevolezza di poterlo cambiare.Si dice che ogni regista faccia sempre lo stesso film camuffato, e Irene lo ammette: una storia di amicizia su uno sfondo di lutto, economico nella Grandi Motori, storico in "Sponde", spirituale in "Idda". "Nel momento in cui noi siamo in relazione con qualcun altro, noi esistiamo", conclude, "e posso dire anche di amare, perché poi è questo il punto."

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    24 分
  • Ep. 99: Franz Goria - La libertà di tenere l'arte fuori dal mercato
    2026/06/23

    Franz Goria ha sempre tenuto insieme strade diverse. Nato a Torino, cresciuto tra Torino, Milano e la Toscana, fa il musicista da sempre e si occupa di design digitale dagli anni Novanta. Liceo artistico, Accademia di Belle Arti, psicologia: un percorso che lui chiama trasversale. In musica è partito dalla batteria, studiando con il maestro Lucchini, e poi è passato a chitarra e voce. «Era più facile per me trovare un batterista più bravo di me che un cantante meno egocentrico.»

    Una scelta di fondo attraversa la sua vita. Il design gli dà da vivere. La musica resta il territorio della libertà. Il disco solista La scatola nera è rimasto inedito per anni proprio per questo: «Se vuoi ascoltare questa cosa devi venirla a vedere.» Una scelta «totalmente antieconomica, però all'interno di un'economia che oggettivamente non esiste». Uscirà l'anno prossimo.

    La sua storia comincia da ragazzino, prima della patente, quando va in bicicletta a conoscere i Fluxus in una sala prove della Barriera di Milano. Lì incontra Luca Pastore e Roberto Rabellino, il nucleo storico della band. Goria veniva dall'hardcore, dai Nerorgasmo, e teneva a cantare in italiano. La Barriera resta uno dei luoghi che ama di più di Torino, oggi popolato da famiglie senegalesi e cinesi. «Sembra di stare a Tunisi», dice come un complimento, perché ci trova vita vera.

    Erano gli anni delle etichette indipendenti. I Fluxus registrano all'Acqualuce da Tino Paratore, nello stesso periodo dei Marlene Kuntz. Tiziana Baudo, figlia di Pippo Baudo, arriva in sala prove per metterli sotto la sua etichetta Ritmi Urbani, ma l'accordo salta. Le loro influenze andavano dai Pixies ai Van der Graaf Generator, dai Ministry ai Fugazi. Quando un giornalista paragonò il disco ai Pearl Jam citando Eddie Vedder, Goria rispose: «Perdonami, ma per me non è un complimento.»

    Quegli anni li ha vissuti nei centri sociali, dove regnava una libertà che oggi fatica a ritrovare. Al Beach Boom Festival di Jesolo migliaia di persone vedevano i CSI e i Marlene. Da qui una critica diretta alla politica culturale italiana, che secondo lui non ha mai funzionato. All'estero l'arte viene sostenuta per liberarla dal mercato. Cita Antonio Rezza, che faceva le cose «senza prendere una lira», e le performance estreme di Stelarc, oggi impensabili.

    Sui formati ha le idee chiare. Il compact disc è una chimera fragile. Il vinile resta superiore per suono ed esperienza. «Anche se un domani non ci dovesse essere più l'energia elettrica, lo potrei sempre ascoltare.» Lo streaming lo chiama un disastro. L'intelligenza artificiale la vede come la vera rivoluzione del momento, un cambio di paradigma che gli ricorda il Web 2.0.

    Vive più a Milano dal 2013, città aperta. La vita underground però continua a farla a Torino, che chiama il laboratorio e «un cervello». Ricorda la Torino agghiacciante degli anni Ottanta e poi l'esplosione dei Murazzi negli anni Novanta, alimentata dai movimenti dal basso, dalla Pantera ai concerti del collettivo Pancanar. Il cinema torinese ha attraversato la sua vita: la comparsa in La seconda volta di Mimmo Calopresti, una scena di Tutti giù per terra girata durante la Pantera, il lavoro di scenografo digitale. Per una fiction sulla storia di Tanzi gli chiesero un mandato d'arresto portoghese: recuperò quello di Jim Morrison e lo rese irriconoscibile.

    Nel 2005 nasce con Dan Solo, ex Marlene Kuntz, il progetto Petrol. Sul fondo resta la sua posizione più ferma. Ha fatto il produttore artistico, ben pagato, e ha smesso perché lavorava su cose che non amava. Per Goria la musica è intima, personale, e il momento in cui diventa lavoro è il momento in cui smette di essere sua.


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    58 分
  • Ep. 98: Beatrice Borgia - Da Gemma Nascosta a Stella che Brilla
    2026/06/09

    La presidente della Film Commission Torino Piemonte racconta come uno sguardo manageriale e internazionale sta trasformando il cinema del territorio in una filiera industriale solida.

    Beatrice Borgia arriva al cinema da un percorso lontano dal cinema. Nata a Chieri, parte per Melbourne a diciassette anni e scopre una dimensione internazionale che la accompagnerà per vent'anni. Studia biotecnologie tra Torino e l'Imperial College di Londra, dottorato al Politecnico di Zurigo, carriera nell'ambito medicale negli anni d'oro delle biotecnologie. Un executive MBA la porta verso la corporate finance, poi il salto da una grande società quotata al Nasdaq a una startup tech. Da lì arriva l'opportunità della Film Commission Torino Piemonte, che oggi presiede.

    Guarda il cinema con gli occhi di chi viene dall'industria. Ne coglie subito la capacità di generare una trasformazione profonda, culturale, identitaria e industriale, in un territorio che è stato la culla del cinema italiano. La colpisce il dinamismo di un settore estemporaneo, che vive di picchi e di momenti, dove una grande produzione può cambiare il volto della città in una settimana.

    Da qui il lavoro sulla filiera. La Film Commission ha due leve. Una attrae produzioni nazionali e internazionali. L'altra rende solida la filiera del cinema e dell'audiovisivo. L'obiettivo è la resilienza. Da cinque anni le produzioni hanno raggiunto un tetto, e il lavoro si concentra su qualità e internazionalità, con progetti che arrivano a Cannes, Venezia, Berlino.

    Nata ventisei anni fa, tra le prime in Italia, la Film Commission porta l'imprinting imprenditoriale di Marco Boglione. Gli strumenti sono molti: i fondi della Regione Piemonte, un nuovo fondo per lo sviluppo con la Fondazione Compagnia di San Paolo, e fondi diretti per i progetti sperimentali, documentari, corti, animazione. Un sostegno a tutti i generi e una cura per i giovani talenti che fa parte del DNA del territorio.

    Il Piemonte offre paesaggi capaci di raccontare storie diverse. Torino diventa Roma, Parigi, Varsavia. "Siete una perla nascosta, una hidden gem", si sente dire, e risponde: "La speranza è di diventare poi una shining star". Tra i servizi c'è il location scouting e la nostra sede, dodicimila metri quadrati in un ex lanificio ristrutturato, con sale casting, sala cinema, moduli per attrezzeria e costumiste. La casa del cinema che Boglione immaginava così: "If you come in Torino, you have a home".

    Il cuore resta la filiera. La Film Commission fa da ponte tra la grande produzione e i professionisti locali. Le produzioni internazionali portano due o tre figure chiave e trovano qui tutto il resto. Da qui la campagna "With us you can travel light", porta solo la tua storia.

    Le produzioni si diffondono oltre Torino, verso colline, laghi e montagne, con i budget internazionali più alti. Il mercato è cambiato, dai lungometraggi autoriali alle serie televisive che restano sei mesi e creano continuità di lavoro. Alle leve di internazionalità e qualità si aggiunge la responsabilità. La Film Commission è stata la prima in Italia a pubblicare un bilancio sociale, con le ricadute calcolate insieme al Dipartimento di Management dell'Università di Torino. Ogni euro investito ne riporta sul territorio tra i dieci e i venti, con l'ottanta per cento che torna sulla filiera.

    Gli aneddoti raccontano la versatilità della città. Fast and Furious con le auto nel Po e le palle infuocate in piazza Crimea, Ferrari di Michael Mann, Sorrentino che ha girato il Quirinale nei palazzi torinesi, Guadagnino che ha usato Torino come set a cielo aperto per ricreare la Silicon Valley dei primi anni Novanta. E Cannes, con Le otto montagne nella selezione ufficiale. Lì Borgia ha scoperto la dimensione umana del cinema, quella dei titoli di coda ascoltati in silenzio, con gli applausi che arrivano solo all'ultimo nome.


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    22 分
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