エピソード

  • Radio Assembly EBU: IA, vettori plurimi e automotive con disintermediazione reti broadcast che preoccupa tutti. Come assenza prominence
    2026/04/23

    Nel summit di Sofia (Bulgaria), teatro della 32^ edizione della Radio Assembly EBU, tenutosi il 22 e 23 aprile 2026, la radiofonia europea ha tracciato le linee guida 2026–2027, tra I.A., distribuzione multipiattaforma e giovani (intesi come abitudini di fruizione audio) al centro del confronto.Tutti sono concordi: la diffusione analogica resta rilevante, ma l’ascolto si frammenta ed accelera verso l’IP con una preoccupante tendenza dell'automotive alla disintermediazione delle reti broadcast (tema su cui questo periodico è stato apripista diversi anni fa), soprattutto da parte delle sempre più diffuse vetture cinesi, che per, favorire politiche di listino aggressive, sono sempre più spesso prive di autoradio.Da stigmatizzare l'assenza degli italiani negli interventi, mentre si è avuta la conferma (ascoltando i relatori) che - come avevamo ampiamente allertato - le misure di prominence promosse (ma non attuate) da Agcom saranno un'occasione persa, con l'esclusione dal novero dei device dei principali vettori audio: smartphone e smart speaker. Un clamoroso ed ampiamente annunciato autogol degli editori italiani.

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  • OTT. In un mercato video stagnante Netflix aumenta ancora i prezzi e gli abbonati ad-tier raddoppiano. Il quadro di un settore in evoluzione
    2026/04/23

    Il mercato del video negli Stati Uniti ha smesso di crescere da tre anni.Nel 2025 gli americani hanno speso 144 miliardi di dollari in contenuti video – la stessa cifra del 2024 e del 2023 – con una crescita media annua dello 0,4% dal 2019.Le proiezioni per i prossimi due anni indicano un incremento inferiore all’1%.Il dato è particolarmente preoccupante per Paramount e WBD, più esposte al declino della TV Lineare e della pay tradizionale.Netflix e Disney ne risentono meno, ma devono comunque fare i conti con un consumatore che non spende di più.La vera crescita del settore avviene nel video gratuito supportato dalla pubblicità (YouTube, Instagram, TikTok, Tubi). Mentre il business del video si espande, i consumatori non sborsano un dollaro in più e la maggior parte di quei ricavi non finisce nelle casse dei grandi studi tradizionali.Netflix risponde con una strategia chiara: aumenti di prezzo continui e accelerazione sull’advertising.Il servizio è diventato 150% più caro in 13 anni, ma i clienti continuano a pagare ed il churn resta inferiore a quello dei concorrenti.

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  • Audio. L'AI slop invade i nuovi feed: i podcast generati dall'Intelligenza Artificiale sono più di quelli prodotti da podcaster umani
    2026/04/16

    L’AI slop indica contenuti digitali di bassa qualità generati massivamente dall’intelligenza artificiale per ottenere click e pubblicità.Il fenomeno, già diffuso nel web, sta investendo anche il podcasting, con produzioni seriali e poco curate.Secondo Podnews, quasi metà dei nuovi show risulta potenzialmente generata da AI, segnale di crescita quantitativa ma non qualitativa.Esempi come Inception Point AI, capace di pubblicare centinaia di show al giorno, evidenziano la scalabilità industriale del fenomeno.Tuttavia, questo “rumore di fondo” non incide sul valore editoriale reale del settore.Il podcast è infatti entrato in una fase premium e multipiattaforma, presente anche su ambienti OTT come Netflix.La diffusione dell’AI dimostra che esiste un mercato solido, alimentato anche da membership e community.Il vero valore resta nel capitale relazionale: fiducia, identità e riconoscibilità non sono automatizzabili.L’eccesso di contenuti può però complicare discovery e selezione, aumentando la pressione competitiva.In definitiva, l’AI slop non segna la crisi del settore, ma la fine della sua fase ingenua e l’inizio di una selezione più matura.

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  • Tv. Meno pubblicità nei film che nelle serie sulle piattaforme streaming: la logica industriale dell’OTT cambia le regole dell’advertising
    2026/04/14

    Un'analisi di Ampere Analysis evidenzia come le piattaforme streaming stiano adottando strategie pubblicitarie sempre più differenziate in base al tipo di contenuto, superando il modello uniforme della tv lineare.In particolare, i film presentano circa il 40% in meno di advertising rispetto alle serie, con una fruizione più continua e meno interrotta.Le serie tv, invece, grazie alla loro struttura episodica, consentono una maggiore frequenza degli spot senza compromettere l’esperienza, rendendo la pubblicità più sostenibile sul piano narrativo.Ne deriva una distinzione netta tra contenuti ad alta immersione, come i film, e contenuti più flessibili, come le serie.Il cambiamento più rilevante riguarda però il paradigma: l’advertising diventa “su misura”, modulato in funzione del formato, del comportamento dello spettatore e dell’esperienza utente.Questo approccio consente di bilanciare meglio monetizzazione e retention.Il modello evidenziato da Ampere, già applicato da alcune piattaforme come Paramount+, accentua il divario rispetto ai broadcaster tradizionali, introducendo una logica più sofisticata e adattiva.In questo scenario, la pubblicità non è più standardizzata, ma diventa una componente strategica nella ridefinizione del rapporto tra contenuto, utente e ricavi.

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  • Dalla Libertà d'antenna (sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale) alla clonazione della voce: come è cambiato il lavoro del giornalista in 50 anni e come evolverà con l'I.A.
    2026/04/13

    Dalla Libertà d'antenna (sentenza 202/1976 della Corte Costituzionale) alla clonazione della voce: come è cambiato il lavoro del giornalista in 50 anni e come evolverà con l'I.A.

    Quando parliamo di intelligenza artificiale e di media, spesso abbiamo l’impressione di trovarci di fronte a qualcosa di radicalmente nuovo, quasi alieno rispetto alle dinamiche che abbiamo conosciuto nel corso degli ultimi decenni.

    Eppure, se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che la storia dei media italiani è una sequenza di rivoluzioni, ciascuna accompagnata da entusiasmi, illusioni, crisi e, infine, da nuove forme di equilibrio.

    Una di queste rivoluzioni ha una data precisa: 1976.

    Con la sentenza n. 202 del luglio 1976, la Corte Costituzionale sancì un principio destinato a cambiare per sempre il panorama informativo del nostro Paese: la libertà d’antenna in ambito locale, dichiarando incostituzionale il monopolio RAI sul piano territoriale, pur mantenendolo su scala nazionale.

    Fu una decisione giuridica, certo, ma soprattutto un detonatore culturale.

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  • Radio. Chi crede al broadcast eterno regala tempo a piattaforme OTT, che intanto si consolidano. E commette l'errore di 15 anni fa della tv
    2026/04/14

    Stupisce l’approccio di una parte (anche se sempre più residuale) del settore radiofonico che continua a sottovalutare l’impatto delle piattaforme IP ed il loro peso sostanziale nella realtà audio di tutti i giorni.Il confronto tra broadcast e l’eterogeneo mondo IP, basato su quote statiche è fuorviante, poiché l’ascolto è oggi frammentato e distribuito su più dispositivi.La radio non è più legata a un mezzo, ma ad un ecosistema di fruizione ibrido.La centralità si sposta dai vettori ai device, con smartphone, smart speaker ed infotainment auto come principali punti di accesso.In ambito domestico, i ricevitori tradizionali sono sostituiti da dispositivi multifunzione, mentre in auto l’accesso è sempre più mediato da piattaforme OTT (terze).Ne deriva una nuova forma di intermediazione, dove aggregatori e sistemi operativi controllano distribuzione e visibilità.Le metriche tradizionali (l’indagine CATI di Audiradio) non bastano certamente a descrivere il fenomeno, perché conta il contesto d’uso più che la piattaforma.La radio non perde centralità, ma cambia forma e modalità di fruizione: ignorare questa evoluzione rischia di limitare la capacità di adattamento del settore.La sfida non è difendere il broadcast, ma comprendere l’ecosistema in cui opera.

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  • Il “caso” di RTL 102.5 e Radio Deejay oscurati su Instagram: commenti di pancia sui social di chi confonde cause ed effetti attaccando l’IP
    2026/04/20

    Il blackout dei profili Instagram di due importanti radio nazionali (una già tornata online con il proprio profilo originario) ha riacceso in questi giorni un ingenuo riflesso condizionato del settore: attaccare l’IP in generale, invece di interrogarsi sulla dipendenza dalle piattaforme terze.L’inaccessibilità (per motivi ancora non chiari) dei profili Instagram di RTL 102.5 e Radio Deejay, poi rientrata almeno in un caso, ha innescato un dibattito che, come spesso accade, ha preso rapidamente una piega fuorviante.Tra ipotesi legate al copyright e letture ideologiche, emerge un equivoco ricorrente: confondere i rischi delle piattaforme social con quelli dell’IP.Una scorciatoia interpretativa che rischia di far perdere di vista il vero nodo: il controllo della distribuzione.

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  • 19: Col PNAF ci potrebbero stare 600 emittenti in DAB. Tuttavia…, con Marco Cavestro
    2022/06/14
    Continuiamo a parlare di DAB, argomento quanto mai caldo in questa fase di congiuntura tra la FM e le tecnologie digital. Lo facciamo oggi con Marco Cavestro, tra i maggiori esperti di reti radiofoniche analogiche e digitali operanti in Italia.
    Marco Cavestro: di analogico (nella radio) è rimasto ben poco: ormai è multi-piattaforma.
    Certamente la banda FM non resterà analogica a vita, anche se oggi spegnerla, come si dice in giro, non ha molto senso. Parlare di switch off crea solo equivoci.
    Con la fine del refarming tv si libera tutta la banda terza: otto canali televisivi che corrispondono a 32 blocchi DAB, cioè oltre 600 emittenti. Ma solo potenzialmente perché poi bisogna coordinarsi con i confinanti e che una un bacino non interferisca l’altro.
    Piano FM: sarà un bagno di sangue. Le frequenze assegnate all’Italia non sono nemmeno tutte quelle utilizzate dalla Rai. Il Ministero non ha mai aggiornato il piano del ‘84. Ma potrebbe farlo ora. Ci sono nazioni che continuano a inserire frequenze. La Confederazione elvetica, per esempio, ne aveva pochissime una volta. Poi man mano le ha integrate, sono nate le emittenti private ed hanno iniziato a lamentarsi delle interferenze italiane. Preesistenti da anni.
    Quindici anni fa c’erano le premesse per mux locali e copertura ottima ed omogenea. Invece le associazioni hanno insistito per ricalcare il modello FM. E si sono tirate la zappa sui piedi.
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