Radio. Chi crede al broadcast eterno regala tempo a piattaforme OTT, che intanto si consolidano. E commette l'errore di 15 anni fa della tv
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Stupisce l’approccio di una parte (anche se sempre più residuale) del settore radiofonico che continua a sottovalutare l’impatto delle piattaforme IP ed il loro peso sostanziale nella realtà audio di tutti i giorni.Il confronto tra broadcast e l’eterogeneo mondo IP, basato su quote statiche è fuorviante, poiché l’ascolto è oggi frammentato e distribuito su più dispositivi.La radio non è più legata a un mezzo, ma ad un ecosistema di fruizione ibrido.La centralità si sposta dai vettori ai device, con smartphone, smart speaker ed infotainment auto come principali punti di accesso.In ambito domestico, i ricevitori tradizionali sono sostituiti da dispositivi multifunzione, mentre in auto l’accesso è sempre più mediato da piattaforme OTT (terze).Ne deriva una nuova forma di intermediazione, dove aggregatori e sistemi operativi controllano distribuzione e visibilità.Le metriche tradizionali (l’indagine CATI di Audiradio) non bastano certamente a descrivere il fenomeno, perché conta il contesto d’uso più che la piattaforma.La radio non perde centralità, ma cambia forma e modalità di fruizione: ignorare questa evoluzione rischia di limitare la capacità di adattamento del settore.La sfida non è difendere il broadcast, ma comprendere l’ecosistema in cui opera.