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La Sveglia di Giulio Cavalli

La Sveglia di Giulio Cavalli

著者: Giulio Cavalli
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このコンテンツについて

Dal lunedì' al venerdì, ogni mattina, la sveglia per il quotidiano La Notizia. E poi le letture. E tutto quello che ci viene in mente.

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政治・政府
エピソード
  • Occhi su Gaza, diario di bordo #123
    2026/01/13
    A Davos si prepara un tavolo. Nome solenne: Consiglio per la Pace. Presidenza annunciata, delegazioni, un direttore già indicato, una prima riunione con badge e foto ufficiali. Si parla di amministrazione transitoria, di comitati tecnocratici, di stabilizzazione. Parole che pesano poco quando scendono a terra.
    Nelle stesse ore, a Gaza, il terreno restituisce un’altra grammatica. Colpi all’alba, feriti tra Jabaliya e Beit Lahia, case che cedono sotto le demolizioni. Le agenzie annotano “quattro morti” come se fosse una cifra neutra, una variabile di contesto mentre altrove si discute di governance. La distanza tra i due piani resta intatta.
    Da Bruxelles arrivano formule altrettanto pulite: addestrare la polizia palestinese, riattivare Rafah, garantire l’ordine pubblico. Sicurezza come procedura, disarmo come capitolo. È il lessico della stabilità. Poi le immagini: un minareto colpito da un drone a Bureij, un boato che interrompe la preghiera, la polvere che sale dove prima c’era un punto di riferimento. Anche questo entra nei verbali, ma come nota a margine.
    La Cisgiordania continua a fare da anticamera. A Hebron un bambino viene fermato dai militari, a Masafer Yatta un anziano prova a difendere la propria terra dall’avanzata dei coloni. Scene quotidiane, non eccezioni. Arresti annunciati come operazioni di sicurezza, aggressioni archiviate come incidenti locali. È qui che la promessa di pace perde consistenza.
    In Israele si aprono rifugi per timore di un’escalation regionale, mentre la politica lavora su se stessa, riscrivendo le regole che la riguardano. Paura sotto terra, protezioni in superficie. Due movimenti che procedono insieme.
    Il Consiglio per la Pace nascerà con un comunicato. Gaza, intanto, continua a produrre fatti. E la cronaca, ancora una volta, si incarica di misurare la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade.

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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #122
    2026/01/10
    A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare solo nei comunicati. Sul terreno, nelle ultime ventiquattro ore, restano almeno tredici morti sotto i raid israeliani, cinque bambini. Una tenda per sfollati colpita nel sud, una casa distrutta nella parte orientale di Gaza City, bombardamenti tra Jabalia e Khan Younis. I luoghi sono sempre gli stessi, cambia soltanto il conteggio dei corpi. Intanto il vento e la pioggia sferzano le tendopoli: l’assedio aggiunge anche il freddo.
    L’esercito israeliano parla di “obiettivi terroristici” e di risposta a un proiettile partito da Gaza e caduto prima di raggiungere Israele. È la formula standard, ripetuta, che cancella il contesto: colpire aree dove vivono sfollati significa colpire civili, anche quando il bersaglio dichiarato ha un altro nome. Hamas risponde accusando Israele di violare gli impegni della tregua e, nello stesso tempo, prova a mostrare disponibilità sul dopo, evocando la consegna del governo di Gaza a un’entità palestinese. Parole contro macerie.
    Fuori da Gaza, il boomerang è politico. Rula Jebreal scrive che l’“ordine mondiale basato sulle regole” è morto a Gaza. Nelle stesse ore il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier accusa gli Stati Uniti di distruggere quell’ordine, legittimando il diritto del più forte. Gaza smette di essere un’eccezione umanitaria e diventa un precedente: ciò che passa lì diventa norma altrove.
    L’Italia si muove su un altro registro. Giorgia Meloni ribadisce che Gaza “resta nei radar”, annuncia fondi per la cooperazione, offre l’addestramento dei Carabinieri alle future forze di sicurezza palestinesi e apre, con molte cautele, a una forza multinazionale sotto egida Onu. Mentre sul terreno si colpiscono tende, a Roma si discute di addestramento e mandati parlamentari. Il linguaggio della gestione prende il posto di quello della protezione.
    La chiusura arriva da un atto istituzionale che pesa più di mille analisi. Papa Leone XIV parla di “grave crisi umanitaria” in Terra Santa, richiama la prospettiva dei due Stati e segnala l’aumento delle violenze in Cisgiordania contro i civili palestinesi. Gaza e West Bank nello stesso respiro. La tregua resta una parola tecnica. L’assedio, una realtà quotidiana.


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  • Occhi su Gaza, diario di bordo #121
    2026/01/09
    La chiamano tregua. A Jabalia, ieri, la tregua ha il corpo di una bambina di undici anni colpita da un proiettile mentre stava fuori casa. È successo a ovest del campo, area Al-Faluja. Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, dicono le cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali e riprese dalle agenzie internazionali, i morti palestinesi sono centinaia. La parola resta la stessa, il conto cresce.
    A est di Gaza City, quartiere Al-Zaytoun, arrivano segnalazioni di fuoco pesante verso civili. A poche ore di distanza, un bombardamento colpisce una casa della famiglia Alwan in via Yafa, ad Al-Tuffah: due morti, diversi feriti. Le immagini circolano, le versioni si accavallano, la scena è sempre quella. Una tregua che sul terreno assomiglia a una linea gialla invisibile: la oltrepassi e sparano, resti fermo e il cielo decide.
    Israele parla di un razzo partito da Gaza City e caduto all’interno della Striscia, vicino a un ospedale. La risposta, dicono, è “mirata” contro il punto di lancio. La formula è collaudata, il risultato no. Ogni colpo aggiunge detriti alla narrazione del cessate il fuoco, la svuota di senso pratico e la riempie di note a piè di pagina.
    Fuori dalla Striscia, la Turchia accusa violazioni e chiede che gli aiuti entrino senza interruzioni. Dentro Israele, la cronaca si piega su sé stessa: proteste degli ultra-ortodossi contro la leva, un ragazzo di quattordici anni investito e ucciso da un autobus, l’appello del primo ministro alla calma. Anche qui la parola è sempre la stessa, tregua, declinata come ordine pubblico.
    Intanto i convogli umanitari entrano a singhiozzo. I numeri vengono elencati, i camion contati. A Gaza la parrocchia della Sacra Famiglia perde il suo parroco: il visto non viene rinnovato, deve partire. Restano le persone, le stanze vuote, le promesse scritte nei comunicati.
    La tregua esiste nei testi. Sul terreno, continua a sparare.


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