エピソード

  • America Week - Episodio 58
    2026/03/20
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Donald Trump sulla guerra con
    l'Iran cambia tono ogni giorno: promette che finirà presto, esclude le truppe di terra, poi lascia aperta la porta a nuove escalation, mentre il Pentagono prepara una richiesta da 200 miliardi di dollari per sostenere operazioni chissà ancora per quanto. Intanto il conflitto ha già colpito infrastrutture energetiche cruciali in Iran e nel Golfo, ha rimesso in tensione lo Stretto di Hormuz e ha fatto impennare il prezzo del petrolio, con effetti immediati sui mercati globali.
    Anne Applebaum, su The Atlantic, ha colto il nodo essenziale. "Donald Trump non pensa in modo strategico. Non pensa storicamente, né geograficamente, né razionalmente. Non collega le azioni che compie oggi agli eventi che accadranno tra settimane". E ancora: "Non considera le conseguenze più ampie delle sue decisioni. Non si assume responsabilità quando queste decisioni vanno male. Agisce per impulso. E quando cambia idea, nega quello
    che aveva detto prima". Prima una guerra senza strategia, poi sorpresa per le conseguenze. Prima gli alleati tenuti all'oscuro, poi accusati di non aiutare.
    Per mesi, scrive Applebaum, molti leader hanno cercato di convincersi che dietro Trump ci fosse comunque un piano, un'ideologia, una logica, un tentativo di dare un senso a decisioni che senso non avevano.

    sat/azn
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  • America Week - Episodio 57
    2026/03/13
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Donald Trump continua a dire che gli Stati Uniti contro l’Iran “hanno vinto”. Però ogni volta aggiunge una frase diversa. Prima dice che la guerra era “finita nella prima ora”. Poi che bisogna “finire il lavoro”. Poi che bisogna capire “quando fermarsi”. Se gli obiettivi cambiano ogni giorno, vuol dire che anche la strategia era inesistente. Più passano i giorni, più appare chiaro che l’amministrazione Trump ha miscalcolato la reazione dell’Iran. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche e valutazioni dell’intelligence, il regime di Teheran non è affatto sul punto di crollare. Anzi. La guerra ha prodotto l’effetto opposto: ha rafforzato il nazionalismo interno e consolidato il sostegno al governo. Nel frattempo l’economia globale paga il prezzo del conflitto. Il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è di fatto paralizzato. Il mercato azionario americano ha registrato la peggiore giornata dall’inizio della guerra e il prezzo della benzina negli Stati Uniti continua a salire. Tradotto: la guerra buca le tasche degli americani. E il conto cresce rapidamente anche per il bilancio federale. Secondo il Pentagono, i primi tredici giorni di guerra sono già costati circa 11 miliardi di dollari.

    sat/gsl
    (Video di Stefano Vaccara)
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  • America Week - Episodio 56
    2026/03/06
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Questa settimana in America è sembrata infinita: una guerra con l'Iran che gran parte dell'opinione pubblica non voleva, il Congresso che ha rinunciato a esercitare fino in fondo il potere costituzionale, la cacciata di Kristi Noem dalla Homeland Security, l'uscita di nuovi dettagli sugli Epstein Files con Pam Bondi che sarà chiamata a difendersi in una deposizione al Congresso sotto giuramento, e perfino un senatore che alza in aula il sospetto di un intreccio tra Epstein, Trump e servizi segreti russi.

    abr/gtr
    (Video di Stefano Vaccara)
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  • America Week - Episodio 55
    2026/02/27
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Qualsiasi cosa accada in America nel secondo anno del secondo mandato dell’amministrazione Trump, tutto continua a tornare lì: agli Epstein Files. Lo scoop del giornalista freelance Stephen Fowler, rilanciato per primo da NPR, ha allargato una crepa che sta diventando un canyon. Decine di pagine mancanti nel rilascio ufficiale dei documenti, legate alla denuncia nel 2019 di una donna che da minorenne sarebbe stata abusata da Jeffrey Epstein e, secondo quanto raccolto dall’FBI anni dopo, anche da Donald Trump. Se venisse confermato che il Dipartimento di Giustizia ha trattenuto o omesso materiale, saremmo davanti a un insabbiamento. E la prima a finire sotto pressione sarebbe la ministra della Giustizia Pam Bondi, che al Congresso ha ripetuto che non esiste altro materiale rilevante da pubblicare.

    sat/gtr
    (Video di Stefano Vaccara)
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    6 分
  • America Week - Episodio 54
    2026/02/20
    NEW YORK (ITALPRESS) - Donald Trump vorrebbe voltare pagina. Ma lo scandalo Epstein non si chiude, non arretra, non svanisce. Anzi, più la Casa Bianca prova a spostare l’attenzione altrove, più il caso torna al centro del dibattito americano. È diventato qualcosa di più di un’inchiesta: è il simbolo di un sistema di potere che molti americani credono abbia protetto se stesso. Il segnale più clamoroso è arrivato dall’Europa. In Gran Bretagna la polizia ha arrestato l’ex principe Andrew nell’ambito delle indagini legate agli Epstein files, per poi rilasciarlo sotto inchiesta. Un evento senza precedenti nella storia recente della monarchia. Il messaggio, però, è arrivato chiarissimo anche negli Stati Uniti: se persino un membro della famiglia reale può essere fermato e interrogato, nessuno dovrebbe sentirsi intoccabile.
    E qui emerge il problema politico per Trump. Alla domanda sull’arresto di Andrew, il presidente ha risposto: “È una cosa molto triste” e “È terribile per la famiglia reale”. Una reazione che ha colpito molti osservatori perché rivela quanto la Casa Bianca sembri non comprendere la percezione americana dello scandalo. Per l’opinione pubblica non è una vicenda “triste” che danneggia una famiglia famosa. È una questione di responsabilità e di giustizia.

    fsc/gsl (video di Stefano Vaccara)
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  • America Week - Episodio 53
    2026/02/13
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Questa settimana l’America ha assistito a qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile: il crollo pubblico della credibilità del suo stesso sistema di giustizia. E il simbolo di questo crollo ha un nome preciso: Pam Bondi. Davanti al Congresso, nella sua audizione sugli Epstein files, il procuratore generale degli Stati Uniti non ha difeso la giustizia. Ha difeso il presidente. Per ore ha attaccato i parlamentari, evitato le domande cruciali e soprattutto ha ignorato le vittime. Undici sopravvissute agli abusi di Jeffrey Epstein erano sedute nella sala. Donne che da minorenni sono state sfruttate, trafficate, abusate. Quando a Bondi è stato chiesto di voltarsi verso di loro e chiedere scusa per anni di ritardi, opacità ed errori del Dipartimento di Giustizia, si è rifiutata. Non si è girata. Quell’immagine resterà. È la fotografia politica di questo momento.

    sat/gtr
    (video di Stefano Vaccara)
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  • America Week - Episodio 52
    2026/02/06
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Al potere in America non serve più nascondere, basta resistere qualche giorno e aspettare che l’opinione pubblica si stanchi. I “files” di Jeffrey Epstein sono il test più rivelatore. In un’altra epoca politica americana sarebbe bastata una frazione di ciò che sta emergendo dai nuovi Epstein files per scatenare una crisi presidenziale immediata. Oggi invece il presidente degli Stati Uniti invita il Paese a “passare oltre” e sostiene che dai documenti non sia uscito nulla su di lui. Ma la realtà è molto più inquietante.
    I documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia, dopo la legge votata dal Congresso, sono milioni di pagine. Non contengono prove giudiziarie definitive contro Trump, ma il suo nome compare migliaia di volte, emergono riferimenti costanti ai rapporti tra Epstein e la sua cerchia e soprattutto una serie di segnalazioni e testimonianze giurate all’FBI. Sono accuse non verificate, certo. Ma alcune sono di una gravità estrema.

    sat/azn
    (video di Stefano Vaccara)
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  • America Week - Episodio 51
    2026/01/30
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Questa settimana Donald Trump ha dovuto suonare la ritirata, con Minneapolis che potrebbe diventare la città simbolo in cui la macchina della “verità alternativa” si è inceppata davanti all’unica cosa che oggi non si può controllare: un telefono acceso nelle mani di un cittadino.
    Sull’uccisione di Alex Pretti la reazione dell’amministrazione è stata quella ormai automatica: costruire subito una narrazione alternativa, spostare la colpa, insinuare dubbi prima ancora che emergano i fatti. Ma questa volta i video erano già online, ripresi da più angolazioni, e hanno demolito la narrazione ufficiale nel giro di poche ore.
    A quel punto serviva qualcuno da sacrificare. Gregory Bovino, il volto più esposto dell’operazione federale, è diventato il capro espiatorio ideale. Intanto Trump ha inviato a Minneapolis Tom Homan, lo zar dell’ICE, presentando la mossa come segnale di de-escalation. In realtà è un cambio di stile più che di sostanza: meno caos comunicativo, stessa linea dura. Homan serve a rendere l’operazione più disciplinata e meno politicamente rumorosa.

    xo9/sat/gtr
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