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Rame

Rame

著者: Rame
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Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.Rame 社会科学
エピソード
  • Episodio 150. Sono ricca, ma mio fratello ha più diritto di me ai soldi
    2026/10/13

    Emma ha 30 anni, vive in un piccolo paese in Abruzzo ed è cresciuta in una famiglia molto benestante. I soldi, però, non sono mai stati soltanto abbondanza. Nella sua famiglia sono anche un’ombra: stanno dietro a vecchie eredità, aziende, litigi tra fratelli e rapporti che a un certo punto si interrompono. Quando Emma è ancora bambina, suo padre smette di frequentare i propri fratelli. Lei cresce così in un nucleo ristretto, dove il denaro dà sicurezza ma ha già mostrato di poter dividere una famiglia.

    Da adolescente Emma riceve una paghetta molto generosa, ne spende una parte e il resto lo mette da parte. Non sente l’urgenza di lavorare per mantenersi e sa di avere alle spalle una famiglia che può sostenerla. Finché quella stessa sicurezza, molti anni dopo, non diventa il terreno di un nuovo conflitto. Suo fratello decide di lasciare l’azienda di famiglia e chiede al padre una somma importante per avviare una nuova attività. Emma scopre che la richiesta è stata tenuta nascosta proprio a lei e che, almeno inizialmente, suo fratello dovrebbe ricevere quei soldi mentre lei no. Si oppone. «Non ci dovevo fare nulla con quel denaro, però volevo la mia parte».

    Alla fine il padre dà la stessa cifra a entrambi. Ma ciò che colpisce Emma è la reazione che la sua richiesta scatena. «Io ero diventata una pazza, una strega, mi hanno detto che ho il demonio dentro. Ma io stavo solo dicendo: com’è possibile? Non ho mai chiesto un euro in più rispetto a mio fratello». A poco a poco si accorge che quella reazione contiene qualcosa che all’inizio non aveva visto. Sua madre glielo dice quasi come se fosse una regola ovvia: «È risaputo che i maschi nelle famiglie pretendono di più, che si cerca di dare di più al maschio».

    È lì che Emma capisce che il conflitto non riguarda soltanto quanto denaro spetti a ciascuno. Riguarda chi, dentro una famiglia, è autorizzato a pretendere e chi invece dovrebbe essere disposto a rinunciare. Suo fratello può chiedere di più; è Emma, rifiutandosi di avere meno, a essere accusata di aver creato il problema. «Non si è mai parlato del fatto che lui chiedesse di più, ma si è parlato del fatto che io non ho accettato».

    Eppure Emma è cresciuta con un’idea molto precisa di cosa significhino i soldi per una donna. Gliel’ha trasmessa sua nonna, che non aveva studiato e aveva vissuto il matrimonio anche come una necessità economica. A lei ripeteva che la sua vita sarebbe stata diversa: avrebbe avuto un lavoro, un’azienda, la possibilità di andarsene se avesse voluto. «Per me i soldi sono, soprattutto per una donna, libertà».

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    13 分
  • La bussola del desiderio 02. Luigino Bruni: “Non sempre desideriamo ciò che ci rende felici”
    2026/10/05

    Prosegue il nostro viaggio dentro il desiderio, per capire da dove nasce, che cosa promette e dove ci porta.

    Nella seconda puntata del podcast La Bussola del desiderio Annalisa Monfreda incontra l’economista Luigino Bruni per capire come mai non sempre desideriamo ciò che poi ci rende felici. Quando il reddito cresce, spesso crescono anche le aspettative; ci abituiamo in fretta a molti beni e alziamo continuamente l’asticella di ciò che vorremmo. Il punto non è che comprare ci renda meno felici, ma che non tutti i desideri producono lo stesso tipo di benessere, né lo fanno con la stessa durata. Con Bruni esploriamo proprio il rapporto tra desiderio, felicità e beni relazionali.

    A seguire, la seconda tappa della Masterclass del desiderio. Con Martina Moraschi di Sella Personal Credit portiamo un desiderio nel futuro e proviamo a guardarlo come se fosse già parte della nostra vita. Ci chiediamo che cosa ci lascia davvero: più libertà, più tempo e più energia, oppure solo più stress e attenzione da gestire? Un piccolo viaggio in avanti per scoprire se ciò che oggi ci attrae saprà ancora farci stare bene domani, anche nelle relazioni con chi ci sta accanto.

    Per seguire la masterclass passo dopo passo, scarica il PDF guida: è pensato come strumento di accompagnamento, con gli esercizi da fare e uno spazio in cui annotare i propri desideri, le risposte e quello che emerge lungo il percorso.

    La bussola del desiderio è un podcast realizzato da Rame in collaborazione con Sella Personal Credit.

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    24 分
  • Episodio 149. Non cercavo solo un lavoro. Cercavo la prova che i soldi investiti su di me fossero serviti
    2026/09/30

    Andrea ha 28 anni, fa il product designer ed è cresciuto a Bergamo Alta, in una grande casa di famiglia che oggi si trova in una delle zone più ricercate della città. Eppure lui è figlio di impiegati e nipote di contadini. A scuola, circondato dai figli delle famiglie più in vista, desidera ciò che gli altri hanno; in casa, invece, la madre gli insegna a farsi bastare i soldi e a usarli solo per ciò che serve davvero. Di quell’educazione Andrea si porta dietro ancora oggi una certa apprensione: «Penso di avere una pessima relazione con i soldi, perché mi porto dietro questo senso di angoscia: la paura costante di fare la scelta sbagliata».

    La stessa prudenza entra presto anche nelle scelte sul futuro. Andrea si sente più portato per un liceo, ma i genitori gli consigliano l’Istituto Tecnico, la scuola frequentata prima da suo padre e da suo nonno: una scuola che, se un giorno avesse deciso di non continuare a studiare, gli avrebbe comunque permesso di trovare lavoro in fretta.

    Dopo il diploma, però, Andrea prende un’altra strada. Si iscrive al Politecnico di Torino, poi continua a Milano e infine a Parma, con un corso di specializzazione. I genitori lo sostengono economicamente per tutto il percorso. È un aiuto che nessuno gli chiede di restituire, ma che nella sua testa finisce per trasformarsi in un debito. Tanto più quando la vendita della casa di famiglia porta a lui e alla sorella una somma destinata, un giorno, all’acquisto di una casa. «Forse questo senso di colpa arriva da lì: dalla sensazione di avere sempre le spalle coperte».

    Quando finalmente arriva il momento di lavorare, Andrea si scontra con due idee molto diverse di che cosa un lavoro debba essere. Per i suoi genitori conta soprattutto che trovi un’occupazione e diventi autonomo. Per lui non basta. Dopo tanti anni di studio, e dopo tutti i sacrifici fatti anche dalla sua famiglia, il lavoro deve dimostrare che quel percorso è servito a qualcosa. «Ho studiato, ho fatto dei sacrifici e ne ho fatti fare, quindi adesso non posso accontentarmi e prendere quello che c’è».

    La ricerca dura mesi. I risparmi accumulati con il servizio civile finiscono. Nei colloqui c’è chi guarda il suo curriculum e si ferma sul diploma tecnico, quasi che gli anni di formazione successivi non contassero. Intanto i suoi ex compagni di scuola lavorano già da nove o dieci anni. «Ho fatto un percorso così diverso da sembrarmi quasi sbagliato».

    Dopo un periodo con la Partita Iva arriva finalmente un contratto in azienda, con uno stipendio fisso di 1900 euro. «Sono uscito dal colloquio e sono proprio scoppiato a piangere». Per Andrea quel lavoro non significa soltanto avere uno stipendio. Significa poter dire ai genitori che ce l’ha fatta, dare un senso agli anni investiti nella formazione e, forse, iniziare a sciogliere il legame tra denaro e senso di colpa. «Spero che mi aiuti ad avere con i soldi una relazione diversa da quella che ho avuto finora, senza sentirmi in colpa».

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    13 分
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