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La FIFA può cambiare il format, ma non le gerarchie del Mondiale

La FIFA può cambiare il format, ma non le gerarchie del Mondiale

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Ricorderemo i Mondiali del 2026 per il nuovo format: sono il primo torneo iridato a 48 squadre, vale a dire con una 40ina di partite e un turno in più rispetto all’edizione a 32. Li ricorderemo per lo sfoggio di relazioni del presidente FIFA Gianni Infantino, che intorno all’organizzazione ha tessuto le sue trame politiche, innanzitutto con Donald Trump e discapito della UEFA. Li ricorderemo per l’exploit della conversione in risultati commerciali del prodotto sportivo.

Perché nella decima puntata di Antifútbol, il podcast che il team di VDL 29 realizza con il Napolista, non ci vergogniamo di riconoscerlo: Canada Messico USA 2026 funziona. Malgrado le reticenze e gli snobismi, le partite le guardiamo e lo spettacolo ce lo godiamo (fuso orario permettendo). Ma sappiamo pure che la FIFA può modificare i format, non le gerarchie che la manifestazione esprime.


L’exploit delle africane si è esaurito ai sedicesimi, per fare un esempio: il Marocco continua a sorprendere perché raccoglie i frutti degli investimenti nelle Academy, a partire dalla Mohamed VI. Mentre il vituperato calcio europeo rimane competitivo: le crisi e i successi dipendono dai movimenti nazionali (vedi la Norvegia).

Il convitato di pietra della riflessione è l’Italia che, non riuscendo in nulla di ciò che gli altri fanno molto bene (il lavoro sui giovani, lo scouting nel villaggio globale dei talenti di passaporto italiano, la formazione all’estero dei talenti nazionali), resta ai margini.

Per le musiche si ringraziano gli O’Funk’Illo (Yo lo coloco) e Marco Crimaldi.

Buon ascolto!
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