Ep. 101: Irene Dionisio - Fare cinema con la realtà, dalla Grandi Motori all'Etna
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Irene Dionisio si presenta con tre parole, filmmaker, sceneggiatrice e artista, e ne aggiunge una quarta, curatrice, perché il suo percorso attraversa cinema e arte contemporanea senza scegliere una sola casa. Nata a Torino, formata in filosofia a Torino e in cinema ad Amiens, riconosce alla sua città un debito preciso: "Devo molto a questa città, a come è fatta e a come dà delle opportunità e delle possibilità".La passione per il documentario di creazione nasce nel 2006 a Documè, al cinema Baretti, con Giuliano Girelli. I primi lavori sono prodotti dal collettivo curatoriale a.titolo e da BabyDoc Film, con l'accompagnamento di documentaristi torinesi come Matteo Tortone e Alessandro Baltera.Il primo film, "La fabbrica è piena: tragicommedia in otto atti", viene girato nel 2010 dentro le Officine Grandi Motori in via di demolizione. Lì Irene incontra Mihai e Andrei, due senza fissa dimora rumeni rimasti bloccati in un luogo che ospitava decine di persone in attesa di una via d'uscita. La loro amicizia diventa il cuore del racconto, mentre i materiali d'archivio di Armando Ceste restituiscono ciò che la fabbrica era stata per la città. Il legame è anche personale: i suoi genitori sono arrivati dal sud per la Fiat, e lei si definisce "figlia della Fiat a tutti gli effetti". Da lì nasce una posizione che porta in ogni progetto: a un protagonista non si chiede di lavorare a un documentario, si chiede di parteciparvi.Il secondo documentario, "Sponde", prodotto con la bolognese Mammut Film, porta il tema della migrazione a Lampedusa e a Zarzis, in Tunisia, tra il 2012 e il 2016, seguendo Vincenzo Lombardo e Mohsen Lihidheb, due uomini che si incontrano a distanza per dare degna sepoltura agli harraga morti in mare. Gli oggetti recuperati sono il filo che li unisce, e lo stesso filo riaffiora nella ricerca al Banco dei Pegni di Torino, che Irene descrive come "un dispositivo quasi filosofico" sull'economia della speranza. Quella ricerca diventa "Le ultime cose", il suo primo lungometraggio di finzione, presentato alla Settimana della Critica di Venezia nel 2016.Seguono tre anni alla direzione del Lovers Film Festival per il Museo Nazionale del Cinema, in dialogo con il fondatore Giovanni Minerba, una stagione che ricorda come gioia e lotta insieme. In parallelo il lavoro d'artista continua con Carolyn Christov-Bakargiev, Ilaria Bernardi, Germano Celant e oggi con Valentina Gensini al MAD Murate Art District di Firenze per la mostra "Miracola". A Torino guida da quasi quattro anni Glitch, un percorso per artisti under 35 tra arte, nuove tecnologie e cinema.Il presente si chiama "Idda", il secondo lungometraggio prodotto da Kino Produzioni, presentato al Toronto Film Festival nella sezione Platform due settimane prima dell'intervista. Irene a Toronto non c'era, perché negli stessi giorni è diventata madre. Il film è ambientato sull'Etna, legato alle sue origini siciliane, ed è un lavoro intimo sul femminile e sulla maternità, nato in una libertà che lei attribuisce alla scuola del documentario torinese.Il documentario di creazione, spiega citando "La bocca del lupo" di Pietro Marcello, è un lavoro poetico e di ricerca sull'umano, perché "fare cinema con la realtà vuol dire narrare attraverso tutto ciò che è reale". Il basso budget apre anche un accesso femminile al cinema, e una ricerca di DEA mostra come la quota di donne scenda a una su dieci quando i budget salgono. La cultura è un costrutto, e chi la fa ha la consapevolezza di poterlo cambiare.Si dice che ogni regista faccia sempre lo stesso film camuffato, e Irene lo ammette: una storia di amicizia su uno sfondo di lutto, economico nella Grandi Motori, storico in "Sponde", spirituale in "Idda". "Nel momento in cui noi siamo in relazione con qualcun altro, noi esistiamo", conclude, "e posso dire anche di amare, perché poi è questo il punto."