Chi possiede l'AI africana - La storia di Kate Kallot
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Sopra il nord della Somalia passa un satellite americano che fotografa la Terra da cinquant'anni; la sua risoluzione è tarata sulle mega-fattorie dell'Iowa,; sui campi africani, larghi meno di un ettaro, non distingue quasi niente. Ahmed Mohamud cammina lì sotto da giorni, con la sua mandria cerca la pioggia ma non la trova, ha già perso cinquanta cammelli su settanta nel viaggio.
Quel punto cieco non riguarda solo lui. I modelli AI imparano dai dati e dove i dati non ci sono i modelli non funzionano: niente previsioni meteo attendibili, niente stime di siccità, niente assicurazioni sui raccolti. Un agricoltore dell'Iowa sa cosa succederà al chilometro; Ahmed no.
È il buco dell'AI su cui lavora Kate Kallot, che ha lasciato NVIDIA al culmine della corsa all'intelligenza artificiale e si è trasferita a Nairobi dove ha fondato Amini per dare una vista nuova ai satelliti. Poi ha capito la questione era anche un'altra: il problema non erano solo i dati mancanti, era la direzione che prendono i dati quando esistono.
Quella direzione è la stessa da due secoli: la materia prima esce grezza dall'Africa, viene lavorata altrove, poi torna come prodotto finito a caro prezzo . Stavolta al posto dell'oro e dei diamanti ci sono le informazioni.
Da qui nasce l'annuncio dell'11 maggio 2026, alla Taifa Hall di Nairobi, che Kate Kallot fa davanti a William Ruto ed Emmanuel Macron; sessant'anni prima suo nonno era stato assassinato nel Centrafrica appena uscito dal dominio coloniale francese.
In questa puntata si sente la sua voce spiegare cosa chiedono in cambio le grandi aziende AI quando offrono l'intelligenza artificiale gratis alle scuole africane. La risposta contiene una domanda: con noi o per noi? Vale per Nairobi quanto per Milano e Bruxelles.
DigitMondo è il podcast di Digitalic condotto da Francesco Marino. Ogni martedì.