Nel calcio di oggi cerchiamo sempre un volto. Un nome. Qualcuno a cui dare il merito (o la colpa). L’allenatore giusto, quello che “cambia tutto”. Ma siamo sicuri che funzioni davvero così? In questa puntata partiamo da un cortocircuito evidente: la Roma di oggi. Gasperini in panchina, Ranieri in dirigenza. Due visioni diverse, due idee di controllo. Da una parte chi ha costruito tutto sulla simbiosi totale con la società, dall’altra una struttura che sta ancora cercando sé stessa. E quando queste due cose non combaciano, le crepe si vedono subito.
Poi ci spostiamo altrove, dove il paradosso è ancora più chiaro. All’Inter, Chivu vince, ma per molti “non conta”, perché la squadra è troppo forte. A Como, Fabregas è il volto del progetto, ma il vero motore è dietro, nella proprietà e nella pianificazione. È qui che nasce il dubbio: quando una squadra funziona davvero, quanto è merito dell’allenatore? E quanto, invece, di tutto quello che c’è intorno?
Infine allarghiamo lo sguardo. Dalla provincia che costruisce ai colossi che bruciano tutto in fretta. Il Real che cambia direzione inseguendo i nomi. L’Arsenal che resiste, aspetta, e protegge la propria idea. Due modi opposti di stare nel calcio. E allora la domanda resta: vince la progettualità o il talento del singolo?
Forse la risposta è meno romantica di quanto vorremmo. Le società vincono i campionati. Gli allenatori, al massimo, decidono come. E in mezzo, sempre più spesso, c’è un calcio che assomiglia a un’azienda. Sempre meno istinto, sempre più struttura. La vera domanda, allora, è un’altra: quanto siamo disposti ad accettarlo?
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