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10 anni di Brexit

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Sono trascorsi dieci anni da quel 23 giugno del 2016, quando il Regno Unito decise con un referendum di uscire dall’Unione europea. Il bilancio di quel divorzio è nei dati: se pur non vi è stata quella sorta di catastrofe paventata da molti osservatori, l’uscita dall’Unione Europea ha ridotto gli investimenti e causato un aumento dell’inflazione. Il Pil pro capite è inferiore del 6-8% rispetto a quello che sarebbe stato restando nella Ue, e alcune stime arrivano a un -10%. Le esportazioni britanniche sono calate del 15% e -come ci ricorda l’Economist- il debito pubblico del Regno Unito è attorno al 94% del Pil, il livello più alto dal 1960 mentre il deficit è al 4,3%, ma occorre tener conto anche degli effetti della pandemia e delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Il settore finanziario britannico si è ridotto dal 9,4% del Pil del 2016 al 7,8% attuale, ma non c’è stato il grande esodo dalla City temuto ai tempi del referendum. Dal punto di vista politico le dimissioni di Keir Starmer sono soltanto l’ultimo atto di un processo che ha visto avvicendarsi sei premier in dieci anni: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e infine Keir Starmer, ora dimissionario. I sondaggi ci dicono che un’ampia maggioranza dei sudditi di re Carlo III sarebbe favorevole a un ritorno all’interno dell’Unione Europea e -d’altro canto- dal 2021 è in vigore un nuovo accordo di partenariato tra UE e Regno Unito. Di questi temi discutiamo in compagnia di Fabrizio Pagani, economista, ex capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, nonché consigliere economico di Palazzo Chigi, partner di Vitale e docente a SciencePo e alla Luiss.

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