L’ultimo capitolo si concentra su ciò che resta: l’impatto della violenza nel tempo e il funzionamento della giustizia. Non entriamo nei dettagli dell’esito processuale, per tutelare la privacy delle persone coinvolte, ma esploriamo le difficoltà concrete delle indagini digitali (prove che spariscono, chat cancellate) e una verità scomoda: con risorse limitate, i tribunali sono costretti a dare priorità ai reati con pericolo fisico immediato, lasciando spesso i crimini online in secondo piano. Emerge anche un paradosso doloroso: Chiara, la prima ad aver scoperto la chat e ad aver cercato aiuto, non riesce a sporgere querela. Nonostante il senso di tempo rubato e la perdita di fiducia, Viola e le altre trovano forza nella rete che costruiscono insieme. La riflessione finale allarga lo sguardo: il deepfake non è solo un abuso sull’immagine, ma un attacco alla reputazione e all’identità pubblica. Trasformando la rabbia in azione, Viola sceglie di raccontare. Non solo per sé, ma come gesto di responsabilità verso le altre. Con la partecipazione di Eugenio Albamonte, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ed ex Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma con specializzazione in riferimento al cybercrime.
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