Tra il 1909 e il 1915 il fotografo e chimico russo Sergei Prokudin-Gorsky attraversò l'intero Impero russo con una macchina fotografica e una tecnica rivoluzionaria: la fotografia a colori. Monasteri medievali, mercati dell'Asia centrale, contadini, operai, minoranze etniche, infrastrutture ferroviarie. Un archivio visivo straordinario di un impero enorme e contraddittorio, multietnico e autocratico, moderno e arcaico allo stesso tempo. Quello che Prokudin-Gorsky non poteva sapere è che stava fotografando un mondo alla vigilia della fine. Pochi anni dopo la rivoluzione del 1917 avrebbe spazzato via tutto. Quelle immagini sono oggi la testimonianza di qualcosa di irrecuperabile. E ci ricordano che la fotografia non è mai solo un documento: è sempre anche una scelta, una prospettiva, una costruzione del potere.
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