Occhi su Gaza, diario di bordo #115
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I nuovi requisiti chiariscono il punto. Alle ONG viene chiesto di consegnare elenchi dettagliati del personale, di dichiarare fedeltà politica, di prendere le distanze da boicottaggi, di accettare senza attrito le narrazioni ufficiali israeliane sul 7 ottobre. Chi cura deve prima dimostrare di non disturbare. Chi testimonia deve imparare a tacere. La neutralità umanitaria viene riscritta come atto di obbedienza.
Dentro questa cornice finiscono anche Medici senza Frontiere, Oxfam, Azione contro la Fame. Le stesse organizzazioni che hanno denunciato la distruzione degli ospedali, la mancanza d’acqua, l’impossibilità di garantire cure basilari. Prima le accuse di faziosità, poi la risposta amministrativa. È una sequenza ordinata: delegittimazione, schedatura, espulsione. Nessun carro armato serve quando basta un modulo respinto.
Le reazioni internazionali oscillano tra l’indignazione verbale e la cautela diplomatica. Amnesty parla di un ulteriore passo verso l’annientamento della popolazione civile. Alcuni governi esprimono “preoccupazione”. Altri cercano scappatoie giuridiche per restare. Intanto, a Gaza, la realtà resta identica: ospedali mutilati, acqua razionata, bambini senza anestesia.
Da Tel Aviv il messaggio è lineare: tutto passa dalla sicurezza. Anche il cibo. Anche le flebo. Anche le ambulanze. La sicurezza diventa la parola che giustifica ogni vuoto.
Alla fine resta una domanda sporca, senza diplomazia: quando chi porta aiuto viene trattato come un nemico, quanto manca a dichiarare illegittima anche la vita che quell’aiuto prova a salvare?
#LaSveglia per La Notizia
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