L'autonomia dello sport non è un privilegio: è un patto. E romperlo costerebbe carissimo
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C’è una frase che torna ogni volta che la Nazionale italiana esce da una competizione importante. Arriva puntuale, nei talk show, nei commenti sui social, nelle dichiarazioni dei politici: “Bisogna commissariare la FIGC.” L’ha ripetuta anche il ministro Abodi in queste ore, dopo la terza eliminazione consecutiva dalle qualificazioni mondiali. La dice con la stessa sicurezza con cui si parlerebbe di commissariare un comune in dissesto. Il problema è che lo sport non è un comune. E l’ordinamento che lo governa non è una burocrazia statale riformabile per decreto.
Per capire perché, bisogna partire dall’inizio.
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P.S. Questo dibattito audio è stato interamente generato tramite Intelligenza Artificiale a partire dal mio articolo scritto su RedBlack Insights. Pur essendo fedele al contenuto originale, la sintesi vocale potrebbe presentare lievi imperfezioni o pronunce inesatte, specialmente sui termini più tecnici.