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La compassione

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"Avrei avuto più caro che l'ordine fosse stato di dargli un'archibugiata sulla schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in volto." Chi parla è il Nibbio, uomo di fiducia dell'Innominato, appena tornato dal rapimento di Lucia. E aggiunge: mi ha fatto troppa compassione.

È da questa scena dei Promessi Sposi che Luca Stanchieri parte per raccontare il sentimento che può rovesciare il risentimento. Un criminale che non aveva mai provato rimorso scopre, davanti a una giovane donna inerme, di non essere più l'uomo che credeva di essere.

La stessa cosa accade tre secoli dopo a Frank Galvin, avvocato fallito e alcolizzato del Verdetto di Sidney Lumet, che entra in un ospedale per fotografare una donna in stato vegetativo — prova legale utile a strappare qualche dollaro in più — e si trova a chiedersi: se accetto quei soldi, che uomo divento?

E accade a Rosa Luxemburg, nel 1917, in una lettera dal carcere: un bufalo trascinato nel cortile della prigione, frustato da un soldato, che la fissa con occhi di bambino punito. "Le lacrime che mi scorrevano sul viso erano le sue lacrime."

Tre storie lontanissime per dire la stessa cosa. La compassione non è pietà: la pietà guarda dall'alto e conferma la distanza tra chi sta bene e chi sta male. La compassione implica simmetria — chi la prova si vede riflesso nell'altro.

Con una distinzione decisiva tra empatia e simpatia, e uno sguardo agli studi di Lynn Hunt su come la diffusione del romanzo, nel Settecento, abbia reso pensabili i diritti umani.

Luca Stanchieri è psicologo, coach e fondatore della Scuola di Coaching Umanistico dal 2004.

Per saperne di più sulla Scuola: scuoladicoaching.it

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