Roma, inverno del 1926.
In una stanza in ordine, davanti a una scrivania immobile, lo Stato decide senza parlare.
Non c’è un processo. Non c’è un’accusa.
C’è una firma attesa che non arriva.
Questo episodio di Il Corpo Politico – Speciale Giustizia racconta la vicenda di Vincenzo Chieppa, magistrato italiano, ultimo presidente dell’associazionismo giudiziario prima della sua esclusione da parte del regime fascista.
Chieppa non è un ribelle.
Non alza la voce.
Non sfida il potere.
Continua a esercitare la funzione come se l’autonomia del giudicare fosse una condizione tecnica, naturale, non negoziabile. Ed è proprio questa fedeltà silenziosa a renderlo incompatibile con uno Stato che smette di chiedere servizio e inizia a pretendere adesione.
La sua rimozione non avviene per colpa, né per errore.
Avviene per via amministrativa.
Attraverso atti ordinari, comunicazioni impersonali, decisioni senza spiegazioni.
Il titolo dell’episodio riprende L’idea che non muore, l’ultimo editoriale scritto da Chieppa sul giornale della magistratura, poco prima dell’esclusione:
«La mezzafede non è il nostro forte: la “vita a comodo” è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri.
Ecco perché abbiamo preferito morire.»
Questa non è la storia di un martire.
È la storia di un meccanismo.
Di come la giustizia possa continuare a esistere, cambiando natura.
Di come l’autonomia non venga abolita, ma resa incompatibile.
Quando un magistrato esce di scena senza rumore, non è solo un uomo a essere rimosso.
È una parte dell’equilibrio dello Stato che si sposta, in silenzio.