Ep. 99: Franz Goria - La libertà di tenere l'arte fuori dal mercato
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Franz Goria ha sempre tenuto insieme strade diverse. Nato a Torino, cresciuto tra Torino, Milano e la Toscana, fa il musicista da sempre e si occupa di design digitale dagli anni Novanta. Liceo artistico, Accademia di Belle Arti, psicologia: un percorso che lui chiama trasversale. In musica è partito dalla batteria, studiando con il maestro Lucchini, e poi è passato a chitarra e voce. «Era più facile per me trovare un batterista più bravo di me che un cantante meno egocentrico.»
Una scelta di fondo attraversa la sua vita. Il design gli dà da vivere. La musica resta il territorio della libertà. Il disco solista La scatola nera è rimasto inedito per anni proprio per questo: «Se vuoi ascoltare questa cosa devi venirla a vedere.» Una scelta «totalmente antieconomica, però all'interno di un'economia che oggettivamente non esiste». Uscirà l'anno prossimo.
La sua storia comincia da ragazzino, prima della patente, quando va in bicicletta a conoscere i Fluxus in una sala prove della Barriera di Milano. Lì incontra Luca Pastore e Roberto Rabellino, il nucleo storico della band. Goria veniva dall'hardcore, dai Nerorgasmo, e teneva a cantare in italiano. La Barriera resta uno dei luoghi che ama di più di Torino, oggi popolato da famiglie senegalesi e cinesi. «Sembra di stare a Tunisi», dice come un complimento, perché ci trova vita vera.
Erano gli anni delle etichette indipendenti. I Fluxus registrano all'Acqualuce da Tino Paratore, nello stesso periodo dei Marlene Kuntz. Tiziana Baudo, figlia di Pippo Baudo, arriva in sala prove per metterli sotto la sua etichetta Ritmi Urbani, ma l'accordo salta. Le loro influenze andavano dai Pixies ai Van der Graaf Generator, dai Ministry ai Fugazi. Quando un giornalista paragonò il disco ai Pearl Jam citando Eddie Vedder, Goria rispose: «Perdonami, ma per me non è un complimento.»
Quegli anni li ha vissuti nei centri sociali, dove regnava una libertà che oggi fatica a ritrovare. Al Beach Boom Festival di Jesolo migliaia di persone vedevano i CSI e i Marlene. Da qui una critica diretta alla politica culturale italiana, che secondo lui non ha mai funzionato. All'estero l'arte viene sostenuta per liberarla dal mercato. Cita Antonio Rezza, che faceva le cose «senza prendere una lira», e le performance estreme di Stelarc, oggi impensabili.
Sui formati ha le idee chiare. Il compact disc è una chimera fragile. Il vinile resta superiore per suono ed esperienza. «Anche se un domani non ci dovesse essere più l'energia elettrica, lo potrei sempre ascoltare.» Lo streaming lo chiama un disastro. L'intelligenza artificiale la vede come la vera rivoluzione del momento, un cambio di paradigma che gli ricorda il Web 2.0.
Vive più a Milano dal 2013, città aperta. La vita underground però continua a farla a Torino, che chiama il laboratorio e «un cervello». Ricorda la Torino agghiacciante degli anni Ottanta e poi l'esplosione dei Murazzi negli anni Novanta, alimentata dai movimenti dal basso, dalla Pantera ai concerti del collettivo Pancanar. Il cinema torinese ha attraversato la sua vita: la comparsa in La seconda volta di Mimmo Calopresti, una scena di Tutti giù per terra girata durante la Pantera, il lavoro di scenografo digitale. Per una fiction sulla storia di Tanzi gli chiesero un mandato d'arresto portoghese: recuperò quello di Jim Morrison e lo rese irriconoscibile.
Nel 2005 nasce con Dan Solo, ex Marlene Kuntz, il progetto Petrol. Sul fondo resta la sua posizione più ferma. Ha fatto il produttore artistico, ben pagato, e ha smesso perché lavorava su cose che non amava. Per Goria la musica è intima, personale, e il momento in cui diventa lavoro è il momento in cui smette di essere sua.