Ep. 96: Stefano Zenni - La direzione artistica come dialogo con la città
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Stefano Zenni dirige il Torino Jazz Festival con un mandato che scade nel 2027. Abruzzese di Chieti, classe 1962, è arrivato al jazz da ragazzo grazie al festival di Pescara e alle radio libere degli anni Settanta. Si è laureato in musicologia al DAMS di Bologna e diplomato in pianoforte. Ha suonato a Siena Jazz come allievo di Franco D'Andrea e Bruno Tommaso, arrivando anche sul palco con Paolo Fresu. Intorno ai trent'anni ha scelto la musicologia. Oggi insegna Storia del Jazz al Conservatorio di Bologna, città dove vive da quattro anni. L'insegnamento per lui è "la benzina della mia vita, è il fluido vitale".Ha imparato il mestiere a Prato, dirigendo Metastasio Jazz per ventisette anni. I primi anni sono stati sanguinosi, pieni di errori. Ha imparato facendo, dal portare l'acqua minerale ai musicisti sul palco agli aspetti gestionali. La sua definizione di direzione artistica è netta: "La direzione artistica non è semplicemente scegliere dei musicisti, magari di giro, e li metti in fila una data dopo l'altra". Un direttore artistico ha un progetto culturale per il luogo dove lavora, dialoga con la sua storia, con le sue esigenze. È un processo dialettico.A Torino è arrivato nel 2013 con una telefonata dell'assessore Maurizio Braccialarghe, che Zenni ricorda come padre e maestro. Il salto di scala era enorme, da 40.000 euro di budget a Prato agli 800.000 del Torino Jazz Festival. Tra i ricordi di quegli anni il concerto di Abdullah Ibrahim spostato per pioggia al Regio, che ha aperto la strada all'uso degli spazi al chiuso, e il Sonic Genome di Anthony Braxton al Museo Egizio nel 2015 con ottanta musicisti dalle sei alle due di notte.Dopo l'avvicendamento del 2017, Zenni è tornato nel 2023 vincendo un bando ben fatto. Oggi lavora con la Fondazione per la Cultura Torino diretta da Alessandro Isaia. Quello che lo colpisce sono i complimenti dei musicisti, che notano un'aria rilassata nel retropalco, una passione autentica.La svolta più interessante riguarda il rapporto con la città. Zenni si muove sui mezzi pubblici perché non guida, e questo lo ha portato a conoscere i club, le associazioni, Porta Palazzo, i Murazzi, San Salvario, il mercato dei contadini di piazza Madama Cristina. Poi c'è l'altra Torino, quella dei Jazz Blitz curati da Sergio Bonino. Concerti di giovani musicisti del conservatorio portati nelle case famiglia, nei centri diurni, negli ospedali psichiatrici, negli hospice, nei centri di detenzione, nei dormitori. Qui Zenni ha capito una cosa: "Non si portano le persone, ci si va". Operazione inversa. Il festival si alza dalla sedia e raggiunge il pubblico dove vive.Stessa logica nella programmazione. I concerti a pagamento li decide lui, tutti gli altri, una trentina, vengono scelti fifty-fifty con gli operatori dei territori. Quest'anno ha esteso la condivisione del potere alle nuove generazioni con uno young board di tre ragazzi del premio Ramella, ai quali è stata data carta bianca.La tesi finale è chiara. Un festival che cala dall'alto proposte che vengono consumate e spariscono non serve. Un festival deve incidere sulla realtà, fecondarla in una dimensione dialettica. La ricchezza di Torino non deve rimanere silenziosa, e il compito del festival è darle modo di esprimersi.