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Ep. 93: Saverio Isola — Progettare il vuoto, abitare il tempo di una Torino in trasformazione

Ep. 93: Saverio Isola — Progettare il vuoto, abitare il tempo di una Torino in trasformazione

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Saverio Isola è cresciuto dentro l'architettura. Prima in casa, al fianco del padre allo studio Gabetti e Isola, poi nelle strade di una Torino che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta si svuotava e si riempiva, attraversata dalla cultura underground e dai Murazzi. Oggi guida Isola Architetti, lo studio nato nei primi anni Duemila con un gruppo di amici dell'università, e firma alcune trasformazioni significative della città: Museo Egizio, Biblioteca Centrale di Torino Esposizioni con Rafael Moneo, Palazzo Carignano, Palazzo Lascaris.I suoi maestri vanno oltre il perimetro della disciplina. Elio Luzi, Roberto Gabetti, Peter Cook, Moneo da un lato. Dall'altro Dante Ferretti, con cui ha lavorato al Museo Egizio, e Tonino De Bernardi, regista underground torinese. «Mi hanno insegnato tante visioni del mondo, cioè mi hanno insegnato a guardare lo spazio».Il concetto che torna con più insistenza è il vuoto. Non come assenza, come materia. «Il vuoto è fondamentale, questo vuoto che diventa per me proprio materia progettuale. Le idee più interessanti mi arrivano dal vuoto». Per trovarlo scappa dallo studio, va in montagna ad arrampicare. Lo attribuisce anche agli anni dedicati allo yoga. Lo stesso principio vale per il tempo: «io progetto non tanto nello spazio, ma più nel tempo».Dalla fondazione dello studio Saverio stima fra trecento e quattrocento progetti sviluppati, circa la metà realizzati. I progetti che non hanno visto la luce non sono sprechi. «La nostra architettura è molto sostenibile dal punto di vista delle idee. Non sprechiamo idee, cerchiamo di riutilizzarle, rigirarle, riplasmarle». Ogni architettura porta dentro un pezzo del progetto precedente.Lo studio oggi si occupa prevalentemente di restauro. È una scelta quasi etica. Lavorare sul costruito significa interrogare gli edifici, immaginare sviluppi futuri, lasciare flessibilità. Il Museo Egizio è diventato uno dei più grandi laboratori culturali della città, spazio di produzione oltre che contenitore. La Biblioteca di Torino Esposizioni con Moneo è nelle battute finali di cantiere.C'è un altro pezzo di identità da raccontare. Saverio fa volontariato nel Soccorso Alpino, dove si occupa di ricerca dispersi con droni e intelligenza artificiale. L'AI torna anche nello studio. «Ho una visione assolutamente positiva. Relazionarsi con un'intelligenza di qualsiasi tipo è uno stimolo fondamentale. Va gestita, ci vuole un regista dietro».Sulla visione urbana cita Berlino e Nantes come modelli. La direzione è chiara: ampliare lo spazio alle periferie, costruire policentricità. L'asse verde del Valentino e la tangenziale verde sono già gesti di allargamento. Il passo successivo è guardare oltre il Po, verso la collina e i suoi 900 chilometri di sentieri. Torino deve puntare su infrastruttura verde, mobilità sostenibile, ciclabili ancora mancanti. Le città che hanno puntato solo sul turismo hanno generato problemi abitativi e aumento degli affitti.La cifra dello studio sta in opposti che convivono. Matita e acquarello accanto a modellazione 3D e BIM. Naturale e artificiale, artigianale e tecnologico, storia e contemporaneità. Saverio vive a metà tra città e campagna, coltiva l'orto, osserva la natura trasformarsi. Pensa l'architettura allo stesso modo. «Il mattone invecchia, assume delle muffe, dei colori come le pietre, il legno. Immaginarsela già invecchiata potrebbe essere un elemento da tenere in considerazione».La chiusura è una dichiarazione di metodo. «Siamo bombardati da immagini, progetti, urgenze. Quello che è più importante è riuscire a creare spazio e creare tempo. Un tempo in cui sospendo tutto e il subconscio fa il suo lavoro di far emergere le idee». E poi il dialogo. Perché la città, alla fine, è sempre degli altri.

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