Ai, aziende pronte ma serve riorganizzare le competenze
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Anche le tecnologie più meravigliose non cambiano un'azienda fino a che non sono adottate per modificare un processo o creare nuovi prodotti o servizi. L'intelligenza artificiale non fa eccezione, anzi: l'adozione è una parte integrante del processo creativo. Non è una tecnologia che si compra e si usa: va compresa a fondo, progettata, sperimentata, per potersene fidare. «Con l'intelligenza artificiale si innova e si accelera il business, non ci si limita a limare qualche costo» dice Enza Truzzolillo, ad di Lenovo Italia. «I progetti di valore sono pensati in relazione alle caratteristiche di ogni singola azienda». Ne consegue che l'adozione non è un processo immediato. Una finestra su questa realtà si trova nei risultati della ricerca realizzata da un comitato Giovani Imprenditori della Confindustria in collaborazione con Lenovo e che verrà presentato domani durante il 55° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria a Rapallo. Alla survey hanno partecipato 621 imprenditori. La metà di queste aziende è in crescita e il 23 per cento ha una quota di export sul fatturato superiore al 30 per cento. Un quarto di queste aziende ha un fatturato superiore ai 10 milioni di euro: tutte le altre sono più piccole. Ebbene: tra queste aziende solo il 18,7 per cento usa l'intelligenza in modo strutturato, due terzi sono in fase di studio o test. Il 71 per cento ritiene che sia un'opportunità. L'81 per cento valuta che le aziende italiane siano in ritardo rispetto a quelle europee. Il problema centrale è visto nella preparazione del personale. Ci espone la ricerca Enza Truzzolillo, AD di Lenovo in Italia.